Tutto quello che vuoi

UNA RIFLESSIONE PROFONDA E UNO SGUARDO SENSIBILE CAPACE DI GRAFFIARE IL MURO DI OGNI POSSIBILE INDIFFERENZA
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Alessandro, ventidue anni, è trasteverino ignorante e turbolento; Giorgio, ottantacinque, è un poeta dimenticato. I due vivono a pochi passi l’uno dall’altro, ma non si sono mai incontrati, finché Alessandro è costretto ad accettare un lavoro come accompagnatore di quell’elegante signore in passeggiate pomeridiane. Col passare dei giorni dalla mente un po’ smarrita dell’anziano poeta e dai suoi versi, affiora progressivamente un ricordo del suo passato più lontano: tracce per una vera e propria caccia al tesoro che incuriosisce progressivamente Alessandro e accende la cupidigia dei suoi amici che pensano di trovare chissà quale bottino.

Nasce da un vissuto familiare questo film che si colloca al vertice della filmografia del Francesco Bruni da sempre regista e sceneggiatore di qualità. Suo padre è da qualche anno affetto dal morbo di Alzheimer e ha progressivamente sviluppato una regressione verso il passato che ha fatto divenire ‘reali’ persone e accadimenti che avevano avuto luogo decenni prima. Uno di questi risaliva all’epoca del cosiddetto ‘passaggio del fronte’ in Toscana nel corso della salita degli americani verso il Nord durante la seconda guerra mondiale.

Da questo episodio è nata in Bruni l’idea del film nel quale si percepisce ad ogni battuta la sua straordinaria capacità di scrittura attenta, in ogni situazione, ad evitare le secche della retorica e la melassa del sentimentalismo. Bruni ci porta a passeggiare insieme a questo anziano signore a cui la malattia non ha fatto perdere la signorilità del gesto e la sensibilità del poeta.

Lo fa grazie a uno straordinario Giuliano Montaldo che dà corpo, con l’adesione umana che ha sempre avuto come regista, a un Giorgio che è costantemente ‘vero’ a differenza degli anziani sopra le righe che il cinema made in Usa ci ha propinato negli ultimi anni incrinando (con la loro complicità) la fama di attori come, tanto per non fare nomi, Robert De Niro.

Una tale abilità nell’andare a cercare e mettere in luce le pieghe di una mente che mentre si perde finisce con il ritrovarsi avrebbe potuto schiacciare qualsiasi forma di partenariato, soprattutto se di un giovane alle prime armi su un set. Invece per quella sorta di alchimia che ogni tanto porta alla scoperta della pietra filosofale nel cinema, Andrea Carpenzano regge il confronto, indubbiamente per doti personali ma anche per una sorta di fluido che da Montaldo si trasferisce in lui sotto il vigile sguardo di Bruni. Il quale non si limita (e sarebbe comunque già molto) a proporci l’incontro tra due persone e caratteri profondamente differenti ma riesce ad andare al di là del gap (colmabile se lo si vuole) tra generazioni. Perché il rapporto di Alessandro è complicato sia con il padre e la sua nuova compagna sia con la madre di uno dei coetanei del suo giro di quartiere. Bruni però appunto va oltre e ci propone un discorso sulla memoria che è il tesoro vero di cui non possiamo fare a meno se non vogliamo perderci definitivamente.

A una società affetta da un Alzheimer collettivo la cui forma patologica sembra escludere pervicacemente qualsiasi riferimento al passato recente e, ancor più, remoto Bruni ricorda che è grazie alla presa di coscienza della nostra storia, che passa attraverso quella di chi ci ha preceduto, che si può camminare verso il futuro. Lo fa sapendo suscitare quelle forme di sorriso e di riso che nascono da una riflessione profonda e da uno sguardo sensibile ed acuto capace di graffiare il muro di ogni possibile indifferenza.

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