RIFKIN’S FESTIVAL

UNA COMMEDIA 'ARITMICA' CHE RIBADISCE I FONDAMENTALI DI WOODY ALLEN FUORI DAL SUO TERRITORIO
RIFKIN’S FESTIVAL

Mort Rifkin ha male al cuore da quando ha lasciato New York per accompagnare la moglie a San Sebastián. L’occasione, che farà la consorte ladra, è il celebre festival internazionale del cinema. Tra cocktail e proiezioni, il carosello festivaliero accelera la crisi in cui versa la coppia. Fermi a un bivio da troppo tempo, Mort e Sue non si intendono più. Lui, ex professore di cinema, prova a scrivere il romanzo della vita, lei, press agent, si lascia sedurre da un regista francese vanesio convinto di risolvere con l’arte il conflitto israelo-palestinese. A complicare le cose si aggiunge una cardiologa cinefila che cura l’ipocondria di Mort e lo risveglia dal torpore. Menzogne, tradimenti, conquiste, scacchi, la materia perfetta da discutere col proprio psicologo…

Il cielo sopra San Sebastián non smette di passare dall’arancio solare al nero dei temporali, che depositano sulle montagne attorno nuvole di ogni sorta di blu. Sfumature e passaggi di colori che farebbero la gioia di poeti e pastori e hanno fatto quella di Vittorio Storaro, direttore della fotografia e complice storico di BertolucciCoppola… e Woody Allen.

Quarto film insieme, Rifkin’s Festival è stato girato nella rinomata località basca, una grande stazione balneare d’antan, una baia a forma di conchiglia affollata di turisti e fanfaroni che bevono birra, divorano polpi e masticano cinema col pimiento de Padrón. Il décor perfetto per l’eterna ricerca esistenziale di Woody Allen, che regola i suoi conti da lontano con l’establishment americano.

L’intrigo, un ménage a quattro che il regista governa con piglio e senza preoccuparsi di deviare da una trama convenzionale, fa fuoco sul positivismo guerriero di Hollywood (anche se rappresentato da John Ford a Howard Hawks) e manda un messaggio preciso agli autori europei sedotti dalle sirene degli studios e indifferenti alla loro eredità (FelliniTruffautLelouchGodardBergmanBuñuel…). Come Philippe Germain, astro nascente del cinema francese, che ha capito tutto e trovato addirittura con un film la soluzione al problema israelo-palestinese. Ed è soprattutto contro il narcisista Philippe di Louis Garrel, che coltiva l’autoderisione alla faccia di chi lo considera sprezzante, che si concentra il biasimo del protagonista, bilioso, ipocondriaco ma sempre lucido contrappunto alle sue derive ‘artistiche’.

Wallace Shawn, attore ricorrente nella filmografia di Allen, da Manhattan a Radio Days, passando per Melinda & Melinda, è lo straordinario avatar del regista che si ritrova più danneggiato in fondo al film di quanto lo fosse all’inizio. Non è la prima volta che l’autore newyorkese consegna il suo personaggio a un altro attore, lo aveva già fatto con Larry David (Basta che funzioni) e Kenneth Branagh (Celebrity), o lo reincarna in una versione più giovane, Jesse Eisenberg (Café Society) o Timothée Chalamet (Un giorno di pioggia a New York), che riprendono in mano la sua giovinezza e i suoi desideri, scivolando nel maschio newyorkese che Allen aveva sviluppato dal giorno in cui si attribuì il ruolo principale. Shawn si assume il peso apportando una rotondità bonaria all’ironia ‘sottile’ di Allen e confermando che ogni tourbillon o affanno è schermo all’inaffrontabile idea della morte, incarnata per l’occasione da Christoph Waltz. Più spermatozoo col paracadute alleniano (Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso…) che Bengt Ekerot bergmaniano (Il settimo sigillo), dispensa consigli per vivere più a lungo piuttosto che ricordare alle persone che devono morire. Perché nell’ultimo film di Woody Allen anche la Morte è stanca di giocare a scacchi con la vita.

Come il suo eroe, Rifkin’s Festival è assediato dal mondo fuori e fiaccato dalla lontananza. Il cuore di Mort è in panne per amore, certo, quello che è stato e quello che non sarà mai, ma è soprattutto l’esilio da New York, la città-isola che Allen ci ha insegnato a vedere e a percorrere, a provocarne l’aritmia. La ‘mancanza di ritmo’ si accorda col racconto che frena, accelera e si arresta per ‘accertamenti clinici’ prima di ripartire e rilanciare con una domanda all’analista di cui non sentiremo mai la risposta perché dopotutto non ce n’è una. Secondo Allen, con i greci antichi condividiamo ancora gli stessi problemi emozionali: passione, gelosia, odio, solitudine, frustrazione.

Niente è cambiato, ci interroghiamo da secoli sulle stesse questioni e pazienza se come la ruota di Wonder Wheel non ci portano da nessuna parte. Non possiamo scendere e facciamo un altro giro, a Coney Island come nella baia di San Sebastián. Attraverso il suo alter ego, Allen dispensa riflessioni amare sullo stato deplorevole del mondo culturale e del cinema in particolare. Per illustrare, in maniera ludica, la frattura tra ieri e oggi semina il suo film di citazioni di capolavori della storia del cinema, dove i suoi attori reinterpretano le scene celebri di Jules e JimIl settimo sigilloIl fascino discreto della borghesia… Omaggi ai modelli europei che hanno nutrito il suo cinema e al Vecchio Continente che non ha smesso di crederci. Se continua ad abitare a New York, dove ogni lunedì sera si esibisce come clarinettista al Café Carlyle, locale mitico dell’Upper East Side, il ragazzo di Brooklyn ha trovato rifugio cinematografico in Europa, per ragioni finanziarie, i suoi film non avevano più in America il successo conosciuto in passato, e di immagine, gli europei sono meno bigotti e più clementi con chi infrange l’ordine morale, qualunque sia la sua colpa.

Quello che conta da questa parte dell’oceano è l’opera dell’autore. Acufene, colesterolo, reflusso, dolori al petto, orticaria o fenomeni morbosi fantasiosi, il nostro resiste imperturbabilmente negli occhi e nel cuore. L’umorismo, elevato al rango di arma letale, porta via la tempesta di polemiche e i rinnovati scandali. Nei panni di Wallace Shawn, Allen non ha paura di soffiare sulle ceneri ribadendo i suoi fondamentali fuori dal suo territorio, oltre la linea dei grattacieli di New York.

alieno, estraneo a tutto, anche a se stesso. Ogni sua apparizione in Gran Bretagna come in Spagna, in Francia come in Italia, è anche una sparizione, come in Zelig, parabola di un paziente camaleonte ‘senza un sé’ curato proprio dalla psichiatra di Mia Farrow. Il film poggiava interamente su questa idea che fa dell’artista il luogo vivo della grandezza e della miseria umana, e dell’arte la chiave di un mistero inestinguibile. Ecco il prezzo del cinema di Allen, braciere eternamente riacceso di una storia intima, che chiama e sospende insieme il nostro giudizio.

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