PADRENOSTRO

UN BELLISSIMO E STRAZIANTE RITRATTO DI UN RAPPORTO PADRE-FIGLIO. CON UN PIERFRANCESCO FAVINO MAGISTRALE.
PADRENOSTRO

Roma, 1976. Valerio Le Rose è un bambino quando suo padre Alfonso, noto magistrato, subisce un attacco terroristico sotto casa. I genitori pensano che Valerio dorma, invece lui si sveglia e dal balcone assiste a parte della scena, anche se non ne parla con nessuno. Da quel momento la sua infanzia si consuma nella paura e in un costante stato di allerta, mentre i genitori cercano di celare a lui e alla sua sorellina Alice la pericolosità della loro esistenza sotto scorta. E l’antica abitudine di Valerio di inventarsi amici immaginari trova una materializzazione in Christian, un ragazzo di poco più grande ma apparentemente molto meno spaventato dalla vita.

Con Padrenostro Claudio Noce affronta una pagina terribile della sua autobiografia (suo padre Alfonso, vicequestore, fu vittima di un attentato dei Nuclei Armati Proletari proprio nel 1976), e lo fa cercando di conservare intatto il suo sguardo di allora, compresa la deformazione del reale che ogni bambino, soprattutto se spaventato, applica alle circostanze.

Tutta la storia va vista attraverso il filtro degli occhi di chi non ha controllo sulla propria vita, e per cui il non visto e il non detto acquistano proporzioni (e incarnazioni) che vanno ben oltre il reale. È in quest’ottica che Padrenostro va valutato e accolto, e questo registro narrativo, più onirico che fattuale, veicola un bellissimo e straziante ritratto del rapporto fra un padre e un figlio maschio, che dal genitore vuole protezione e quell’esempio di virilità che nessun altro potrà dargli in egual misura.

Alfonso, il padre di Valerio, è un uomo del sud, forte e silenzioso, severo ma capace di grande tenerezza, abituato a tenere a bada la paura e a nascondere la sua fragilità, anche perché appartiene a una generazione che comunica con i propri figli in maniera parziale, mantenendo sempre le distanze.

Ma Alfonso è anche una figura spesso assente, la cui incolumità fisica viene percepita dal figlio (a buon motivo) come in costante pericolo. Una roccia ma anche un gigante dai piedi d’argilla, accanto al quale Valerio si sente fisicamente inadeguato ma anche desideroso di mostrarsi tanto forte da diventare per il padre un angelo custode. E tanto da desiderare una versione meno spaventata e più trasgressiva di se stesso, capace di rivendicare la propria natura selvatica e animalesca.

“A chi sei figlio?” (che in calabrese, la lingua di Alfonso, si dice: A chi appartieni?”) è la domanda che aleggia su tutta questa storia. E quanto “un uomo alla ricerca di se stesso”, come canta la PFM, è davvero in grado di trovarsi? Claudio Noce dirige con competenza sempre al confine fra visione e realtà, fra immaginario e concretezza, e Pierfrancesco Favino è magistrale nei panni di Alfonso, maschio materico, figura paradigmaticamente virile che vive davvero solo nel suo sguardo: uno sguardo che è lo specchio rigido di quello multiforme di suo figlio.

Mattia Garaci e Francesco Gheghi sono Pinocchio e Lucignolo, mentre Barbara Ronchi ha il ruolo duttile di una madre che rifrange la paura di tutti. Nella sua valenza metaforica, Padrenostro segue una linea netta e lucida che ignora la plausibilità di facciata degli eventi (e personaggi) narrati, e trova una voce inedita per esprimere i non detti patriarcali e politici italiani.

PADRENOSTRO
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