KINA E YUK ALLA SCOPERTA DEL MONDO

L'avventura segue due volpi che si preparano a diventare genitori.
KINA E YUK ALLA SCOPERTA DEL MONDO

Kina ha il pelo bianco, un corpo affusolato e un naso screziato da tinte rosa. Yuk è bruno, robusto e sempre in cerca di cibo. Il Grande Nord è la loro casa, la banchisa artica il loro parco giochi. Kina e Yuk sono una coppia di volpi artiche che cerca di vivere, sopravvivere e prosperare nei territori dello Yukon canadese, ma la pressione antropica e il riscaldamento globale rendono tutto più difficile ogni giorno che passa.

Un giorno Yuk rimane intrappolato su un blocco di ghiaccio che va alla deriva e i due sono costretti a separarsi. Kina si ritira nella loro tana per aspettare e sperare nel ritorno del compagno, ma una volpe rossa ne prende possesso. Ora anche Kina è costretta a spostarsi, ma c’è un problema: è incinta dei cuccioli di Yuk, e tra qualche tempo dovrà partorire.

Kina e Yuk alla scoperta del mondo non è un documentario da canale tematico né un film per bambini, quanto un’acuta sovrapposizione di più registri e forme.

Come intessere una storia di viaggi, avventure, pericoli e scoperte con la sfera istintiva animale? In che modo mettere insieme fiction e documentario? Quanto è antropomorfismo e quanto è naturale? Sono tante le domande teoriche, narrative, estetiche che si è posto Giullame Maidatchevsky, regista e co-sceneggiatore (assieme a Guillame Lonergan) di Kina e Yuk alla scoperta del mondo. Anzi, che si pone da tempo, visto che Maidatchevsky, biologo di formazione, documentarista per scelta, narratore con vocazione, è da anni che persegue un personale ibrido di sguardo umano e pulsione naturale, filmando esistenze e comportamenti di renne, gatti, babbuini, lupi. Lo ha fatto in giro per il mondo (Costa Rica, Giura svizzera, Lapponia), gliel’hanno commissionato in tanti (France 2, ARTE, National Geographic, ZDF).

Ailo – Un’avventura tra i ghiacci, il precedente lavoro di Maidatchevsky – distribuito sempre da Adler Entertainment, che ha portato anche questo Kina e Yuk oltre ad apparire in co-produzione – era già un buon esempio del decalogo dell’autore francese, sempre addosso all’animale/specie protagonista ma con il propedeutico e pedagogico distacco dovuto agli studi su biologia e fauna. Lì si seguiva il cucciolo di renna Ailo dalla nascita ai primi passi in un mondo fatto di taiga, fiordi e aurora boreale, voce narrante di Donald Sutherland (da noi Fabio Volo), ottanta pagine di sceneggiatura trasformate in schemi e svolte narrative forse troppo ripetitivi e dopo un po’ prevedibili. Qui con Kina e Yuk si tenta parzialmente un’altra strada, la vicenda spettacolare ha un ruolo predominante ed entra in campo anche una nuova consapevolezza.

Fin da subito viene lanciato dal commento over di Benedetta Rossi – blogger e conduttrice salita alla ribalta digitale con il suo Fatto in casa da Benedetta – la nuova caratterizzazione degli animali protagonisti: “esuli climatici”. Dietro al puro motore dell’azione, infatti, si nasconde una realtà ben più preoccupante, il riscaldamento globale.

Lo Yukon leggendario di Jack London e Charlie Chaplin, delle zanne bianche e delle febbri dell’oro, è adesso una delle aree del pianeta dove il peso degli sconvolgimenti climatici si fa più vivo e pressante, nel quale l’Antropocene spinge gli uomini a trivellare sempre di più e le volpi artiche a migrare per la perdita del loro habitat. Le temperature sono sempre più alte, la banchisa si sta sciogliendo e la primavera arriva prima del dovuto – il Grande Nord sta cadendo a pezzi.

E tutto ciò si riverbera attorno alle piccole e finite esistenze di Kina e Yuk: gli orsi si avventurano maggiormente nelle acque per cacciare vista la mancanza di pack, le volpi rosse si spingono verso l’Artico grazie al caldo che permette loro di sopravvivere, gli esseri umani penetrano montagne e spezzano praterie con i loro oleodotti e le loro città. Le due volpi artiche, come anche gli ermellini, i caribou, i lemming, le martore che sfilano davanti ai nostri occhi, sono il correlativo oggettivo tangibile, razionalizzabile, emotivamente impegnato del riscaldamento globale che molti ignorano e che tutti colpirà.

Maidatchevsky, insomma, ha trovato una formula replicabile e spendibile da poter essere adattata a più contesti, occasioni, piattaforme. Una pura cornice di infotainment che trasla i grafici con i panorami, i dati con il vissuto animale, le angosce con la sopravvivenza. E questo senza rinunciare ad una messa in scena elegante e ad un interesse partecipato nei confronti dei personaggi, tanto che le sane domande dello spettatore (Come hanno girato quella scena? Come fanno gli animali ad agire in quel modo?), una volta entrati nella narrazione, vengono meno davanti alle eleganti e immersive immagini dello Yukon animalesco come di quello umano, soprattutto le sequenze dentro la finzionale Jack City (in realtà Dawson City, leggendario avamposto dei cercatori d’oro del Klondike), tutte girate ad altezza Kina, tra cani randagi e lupi della tundra. Che non sanno cosa farsene degli odori e dei fumi della città, ma costretti anche loro a stare dentro l’Antropocene per poter sopravvivere.

KINA E YUK ALLA SCOPERTA DEL MONDO
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TERMINATA