IL GIARDINO DELLE VERGINI SUICIDE

TRA ECHI DELLA NEW HOLLYWOOD E IMMAGINARIO IPERREALISTA, IL PERSONALE E FOLGORANTE ESORDIO DI SOFIA COPPOLA.
IL GIARDINO DELLE VERGINI SUICIDE

A metà anni ’70, in una cittadina della provincia americana, i coniugi Lisbon hanno una vita agiata: lui insegna matematica, lei è casalinga e insieme allevano secondo rigidi principi religiosi cinque bellissime figlie, di età compresa fra i tredici e i diciassette anni: Cecilia, Lux, Bonnie, Mary e Therese. Dopo il primo, inspiegabile suicidio di Cecilia, la famiglia in lutto prova a riprendere a vivere, ma la voglia di libertà delle ragazze, l’interesse dei ragazzi loro coetanei e in particolare il corteggiamento di Lux da parte del bello della scuola, Trip, faranno precipitare le cose. Aiutate a fuggire di casa dove la madre le aveva segregate, le quattro figlie sopravvissute dei Lisbon decideranno di togliersi la vita senza dare spiegazioni.

Torna in sala grazie alla Cineteca di Bologna l’esordio nel lungo di Sofia Coppola, all’epoca ventisettenne e già capace di esprimere uno stile personale e folgorante, tra echi della New Hollywood e immaginario iperrealista.

Tratto dall’omonimo romanzo di Jeffrey Eugenides, che nei primi anni ’90 (come poi avrebbe fatto in maniera definitiva Philip Roth con “Pastorale americana”) rifletteva sulla spaccatura tra ideale e realtà nella famiglia americana, il film mantiene a 25 anni dall’uscita una potenza espressiva straordinaria. Dentro vi si trovano il legame di Sofia Coppola con quegli anni ’70 così influenzati dal cinema del padre Francis; l’abbozzo di quella poetica della prigione dorata e dell’alienazione femminile che caratterizzerà il resto della sua opera, compreso l’ultimo Priscilla; ovviamente la riflessione tormentata sul rapporto con una figura paterna – e in generale con una famiglia – impossibili da eliminare.

Sorella di Giancarlo, morto tragicamente a 23 anni (a lui è dedicato Giardini di pietra), Sofia Coppola conosce il dolore della perdita, il senso di stordimento che deriva dal lutto, la voglia, e prima la necessità, di tornare a vivere nonostante tutto. Nel suo film, che adatta alla lettera il romanzo di Eugenides ma non cerca spiegazioni psicologiche ai suicidi delle ragazze, a imporsi è soprattutto un sentimento di vuoto che traduce in immagini la sospensione dei sopravvissuti: tableaux vivants di una cultura middle class imbalsamata e senza futuro.

Il giardino delle vergini suicide mette in scena un mondo seducente e terrificante, una cultura dell’accudimento (in una piccola città, dentro case unifamiliari e scuole accoglienti) che sfocia quasi inconsapevolmente nell’oppressione. La luce di taglio, i colori smorti e l’aria asettica esprimono perfettamente un’idea di casa, di comunità e famiglia idealizzata e insieme misera.

Vestiti, poster, canzoni e oggetti anni ’70 sono rappresentati come brandelli di un realismo pronto ad aprirsi a una dimensione inesplicabile. Come già in La vita è un sogno di Linklater (1993), anche nel lungo d’esordio di Sofia Coppola (in precedenza autrice del soggetto di La mia vita con Zoe, episodio del papà di New York Stories, e di un corto, Lick the Star, 1998) offre la visione di un’America già perduta, figlia di un dio minore (un dio travisato da un’educazione religiosa ottusa) e senza bisogno di perdere l’innocenza.

In questo ambiente, il sacrificio delle cinque vergini – la cui natura eterea le avvicina a creature mitologiche, così come l’immagine del giardino chiuso – appare come un mistero inutile; una serie di morti senza senso che accusa una generazione di adulti (incarnata dai genitori interpretati da James Wood e Kathleen Turner, mentre tra le sorelle c’è una giovanissima Kirsten Dunst:) incapaci di ascoltare.

Rivisto oggi, lo stile del film dichiara il suo legame con la New Hollywood e più ancora, nella grana della pellicola e nei passaggi documentaristici in cui Trip (Josh Hartnett da giovane, Michael Paré da adulto) ripensa alla giovinezza, con il cinema di Cassavetes e i primi corti di Scorsese. A lasciare il segno, però, sarà soprattutto l’iperrealismo che anticipa lo stile di Lost in Translation e Somewhere: un’estetica che si ferma alla vernice traslucida della superficie e offre una versione allucinata del passato americano. L’America di Sofia Coppola – che in seguito solo a tratti raggiungerà i livelli di questo film – è fin da subito un mito borghese; il frutto di una società impegnata da sempre a far dimenticare le sue origini.

IL GIARDINO DELLE VERGINI SUICIDE
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