BARBIE

Greta Gerwig si cimenta con uno dei personaggi iconici della cultura pop mondiale: la Barbie.
BARBIE

Barbie Stereotipo vive a Barbieland, dove ogni cosa è color confetto (prevalentemente rosa) e ogni giorno è il più bello di tutti. Improvvisamente viene assalita da pensieri di morte, e i suoi piedini perennemente sulle punte sono diventati piedi piatti. L’unica a poterla consigliare sul da farsi è Barbie Stramba, quella su cui qualche bambina annoiata si è accanita, e che vive in parziale isolamento dando buoni consigli alle Barbie perfette (visto che a nessuna interessa il suo “cattivo esempio”). Barbie Stramba spedisce Barbie Stereotipo nel mondo degli umani, alla ricerca della bambina che, con i suoi pensieri tristi, sta rischiando di gettarla in una crisi esistenziale. Se riuscirà a trovare “la bambina che gioca con lei e interferisce con la sua bambolità”, recupererà i piedini a punta e la testa sgombra di complicazioni tristi e melense. Al suo fianco, come un clandestino, spunta Ken, da sempre innamorato di lei: un compagno che Barbie dà per scontato e dunque tratta come uno zerbino. Riusciranno Barbie e Ken a ritornare vittoriosi dal mondo degli umani?

Greta Gerwig si cimenta con uno dei personaggi iconici della cultura pop mondiale, capace di convincere generazioni di bambine che la perfezione sia bionda, magra, tettona e con i piedi a punta, nonché circondata di Ken puramente accessori.

La regista-sceneggiatrice descrive un matriarcato (senza figli) imbevuto di rosa in cui le donne detengono tutto il potere e possono essere tutto ciò che vogliono: il che è sempre stato altrettanto fuorviante. La messa in scena di Barbie è spettacolare, e cala ogni componente del pubblico femminile in quel mondo ideale dove ognuna di noi si è immaginata, se ha mai posseduto una bambola Mattel, in cui “c’è divertimento, lavoro e amicizia femminile” (se ce la mettono le giocatrici). Nell’incipit, con uno spassoso omaggio a 2001 Odissea nello spazio, le bambine di fine anni ’50 distruggono le bambole tradizionali in favore della pin up dal costume zebrato che ha rivoluzionato le loro aspettative, rendendole non più mamme accuditrici, ma potenziali sex symbol (senza genitali).

Se scenografie, costumi e coreografie di Barbie sono un capolavoro (debitore del Fernando Scarfiotti di Toys), con tanto di case ad apertura che tutte ricordiamo e di quei gadget per cui abbiamo implorato i nostri genitori, non si può dire altrettanto di una sceneggiatura che, partendo da premesse eccezionali, affastella troppe linee narrative, e da un certo punto in poi assume le caratteristiche di una predica. Intendiamoci, è geniale l’idea di una parabola femminista con Barbie al centro: ma si sarebbe potuto gestirla con maggiore coerenza e meno retorica.

Ad esempio Barbie ignora del tutto la caratterizzazione del personaggio di Sasha, la teenager che ha rottamato la sua Barbie perché “ha fatto sentire le donne sbagliate e arretrare il femminismo di 50 anni”, e che però, una volta entrata nel mondo di Barbie, ne accetta supinamente tutte le condizioni, compresi i vestitini rosa confetto: cimentarsi con il pensiero polemico di un’adolescente sarebbe stato molto più interessante che fare di lei una instant groupie. Oppure il film relega Midge, la Barbie incinta, ad una comparsa, come la Mattel, mentre ci sarebbe stato ampio terreno per fare di lei un personaggio comico meraviglioso, a partire dalla sua immacolata concezione (senza genitali). O Allan, l’amico di Ken, qui descritto come una sorta di gay pre-coming out, che certo avrebbe meritato una declinazione maggiore.

Inutile poi il coinvolgimento dei dirigenti Mattel, che partono da una premessa di sceneggiatura interessante, ovvero la necessità di catturare la Barbie fuggitiva per “rimetterla nella sua scatola”, e poi si perdono in gag più superflue che superficiali, non sapendo qual è il loro ruolo nella storia (risposta: non c’è, se non come contrapposizione fra un direttivo uniformemente maschile e un prodotto indirizzato unicamente al pubblico femminile).

Non è un caso che Ken rubi la scena a Barbie, soprattutto nell’interpretazione di Ryan Gosling, perché solo a lui è appaltata l’ironia necessaria per rendere questa storia davvero provocatoria (“Sono un uomo senza potere: questo fa di me una donna?”). Nel mondo degli umani Ken, che esiste solo se Barbie lo guarda (ogni riferimento al femminile nel cinema è puramente intenzionale) ed è condannato alla “friendzone”, scopre i vantaggi del patriarcato e tenta di cambiare le sorti dei Ken a Barbieland: ma il mondo maschile, tanto quello reale quanto quello rosa, sembra popolato interamente da idioti, il che fino ad un certo punto è esilarante, poi però toglie complessità all’evoluzione narrativa dei Ken (come dei dirigenti Mattel). D’altro canto l’accettazione istantanea, da parte delle Barbie, dei dogma del patriarcato e del “mansplaining” perché “non hanno le difese immunitarie”, è narrativamente insensata, dato che fino a quel momento le Barbie hanno dominato Barbieland e la loro “dissociazione cognitiva” non è il risultato di una dominanza secolare.

Se paragoniamo Barbie ai suoi due parametri naturali, ovvero Toy Story e Pinocchio, il paragone è a netto sfavore della favola inventata da Gerwig, che perde mordente e fuoco e dimentica di costruire un momento significativo per ciascun personaggio collaterale. Il che richiama anche i motivi per cui Sex and the City oggi non ha lo stesso appeal della serie originale: perché oggi il racconto del femminile non può limitarsi al ribaltamento dei ruoli e alla provocazione umoristica, ma deve fare il salto verso una maggiore complessità veicolata attraverso una chiarezza di intenti che purtroppo questa Barbie non ha raggiunto, concentrandosi sull’estetica e su una leggerezza programmatica, e dimenticando quello che nel film la stessa bambola Barbie dice di saper fare: tenere insieme logica e sentimenti, e in questo modo espandere il proprio potere.

BARBIE
PROGRAMMAZIONE
TERMINATA