#ANNEFRANK – VITE PARALLELE

UN FILM DOCUMENTATISSIMO E STRATIFICATO CHE INDIRIZZA AI PIÙ GIOVANI (MA NON SOLO) UN MESSAGGIO DI RESISTENZA E FIDUCIA
#ANNEFRANK – VITE PARALLELE

Dal campo di concentramento, oggi centro di documentazione di Bergen-Belsen, in Germania, dove si trovano le tombe di Anne Frank (1929-1945) e di sua sorella Margot (1926-1945), Katerine, una ragazza con lo smartphone a portata di mano, parte per un viaggio in solitaria che toccherà i luoghi della memoria ebraica e alcune capitali d’Europa, in dialogo costante con il diario che l’adolescente scrisse in un rifugio di Amsterdam, prima di essere deportata e finire i propri giorni in quel campo. In parallelo, su un set che riproduce fedelmente la stanza di Anne, l’attrice Helen Mirren legge alcuni passi del celebre Diario, commentandolo e integrandolo con ulteriori informazioni.

Tra questi due piani, corrono le interviste a cinque sopravvissute, tuttora in vita, ai campi di concentramento e sterminio nazisti: Arianna Szörenyi (1933), Sarah Lichtsztejn-Montard (1928), Helga Weiss (1929, già autrice di Il diario di Helga. La testimonianza di una ragazza nei campi di Terezín e di Auschwitz) e le sorelle Andra e Tatiana Bucci (1937 e 1939). Sono accomunate dall’essere all’incirca coetanee di Anne Frank. Altre interviste a discendenti di perseguitati, storici e specialisti completano il discorso.

A 90 anni dalla sua nascita, come si può trovare una forma cinematografica inedita che trasmetta l’eredità di un simbolo della shoah come Anne Frank? Una ragazzina il cui volto è così iconico da essere stato utilizzato nel 2017 dalla tifoseria della Lazio per stampare adesivi antisemiti da far circolare allo stadio?

Bisogna raccogliere i racconti dei testimoni oculari, certo. Come per esempio fa, da un quarto di secolo, la USC Shoah Foundation di Steven Spielberg. Necessario anche non smettere di far circolare le immagini dell’orrore, arrivate paradossalmente a noi grazie agli stessi esecutori dei crimini (“è il genocidio più documentato della storia”, ricorda nel film lo studioso Michael Berenbaum).

Ma è cruciale anche saper avvicinare i coetanei di Anne Frank oggi alle sue emozioni, esperienze, valori. Alla sua eccezionale resistenza all’avanzare della violenza. Sono obiettivi tutti molto chiari a Sabina Fedeli e Anna Migotto, autrici di questo film stratificato e documentatissimo, con finalità molteplici e ampi orizzonti: mettere a frutto la lezione della storia, ricordare i fatti ma sa anche attualizzare il più grande genocidio del ventesimo secolo, mettendolo a confronto con la montante paura del diverso e fenomeni di discriminazione e odio razziale più recenti. Fa rivivere la voce coraggiosa e nonostante tutto ottimista, lo spirito di osservazione e la consapevolezza di una ragazzina particolarmente intelligente e curiosa della vita. Un patrimonio fortunatamente tuttora ben conservato (coproduce il film l’Anne Frank Fonds Basel, fondazione nata nel 1963 per volere del padre Otto, che dopo la guerra si è deciso a pubblicare il suo Diario ritrovato).

L’eterogeneità di fonti, linguaggi e codici della rappresentazione non pregiudica il buon esito: la lettura teatrale con sguardo in macchina dell’attrice Helen Mirren (l’allestimento è a cura degli scenografi del Piccolo Teatro di Milano) coesiste con il formato classico delle interviste “posate” a testimoni ed esperti; il materiale d’archivio – film di propaganda, e foto dell’epoca – incontra non solo il girato sui luoghi della memoria oggi ma anche l’immaterialità, la sintesi e la volatilità della comunicazione social di Kat / Katerine (Martina Gatti), alter ego odierna di Kitty, l’amica immaginaria a cui Anne Frank scrive, alla ricerca ostinata e poetica di qualcuno che ascolti i suoi pensieri.

Nel suo diario di Instagram Katerine si pone domande, cerca risposte nella storia, semina hashtag che possano sintetizzare e rendere più accessibile ciò che si dà naturalmente come un racconto di indicibile crudeltà. Tale commistione di passato e presente, di ricordo che atterrisce e di desiderio di senso e bellezza (le parole della violoncellista Francesca Dego, la colonna sonora contemporanea e partecipe di Lele Marchitelli), è l’azzardo più rilevante e innovativo di un’operazione che si prefigge di parlare ai più giovani senza precludersi altri pubblici. Con il pregio non indifferente di non limitarsi a cristallizzare alcune storie esemplari ma di prolungare la conversazione, estenderla a un tema urgente e a lungo trascurato: la trasmissione del trauma agli eredi di chi è sfuggito all’orrore, la loro responsabilità e il loro orgoglio nel compito di continuare a testimoniare. Rovesciando il racconto di vittime incredule in lezione storica acquisita, ascoltata e condivisa, in messaggio di resistenza e fiducia nell’uomo.

#ANNEFRANK – VITE PARALLELE
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