ALCARRAS

UN'EPOPEA FAMILIARE DALLA STORIA TRAVOLGENTE. GRANDE CINEMA CONTEMPLATIVO CHE APRE UN MONDO CON OGNI PERSONAGGIO.
ALCARRAS

Nella campagna assolata della Catalogna, la famiglia Solé vive e coltiva da decenni un vasto frutteto che gli era stato offerto dopo la guerra civile dai proprietari, i Pinyol. Un gesto d’onore a ricompensa di un aiuto cruciale, ma mai siglato con documenti ufficiali. I Solé si ritrovano perciò impotenti quando furgoni carichi di pannelli solari arrivano sui terreni, pronti a riconvertire il frutteto ed eliminare l’unica attività che la famiglia abbia conosciuto.

La regista catalana Carla Simón si era fatta notare con il suo primo lungometraggio, Estate 1993, e con Alcarràs espande e cementa una poetica cinematografica fatta di minuzioso naturalismo, uno sguardo dolce verso il passato e un dono particolare per il lavoro con gli attori.

In questa epopea familiare in cui la tradizione si scontra violentemente con le fredde costrizioni del presente, Simón dipinge un affresco meticoloso della sua terra e coglie il frutto pienamente drammatico di un cinema contemplativo, di stampo quasi documentaristico.

La specificità del racconto, rivelatrice non soltanto del lavoro di ricerca ma di un omaggio personale alla storia della regista, salta subito agli occhi grazie all’esattezza dei costumi e alle pieghe sul volto dei personaggi, attori non professionisti che Simón trasforma in una perfetta orchestra di tensioni, amore e caos.

Il locale trascende anche nell’universale, centrando una descrizione del lavoro agricolo come parte integrante del tessuto culturale di un paese che non può che suonare familiare in paesi come il nostro, costruiti su valori e sistemi economici simili. Da questo punto di vista il cinema di Simón va ad affiancarsi a quello di Alice Rohrwacher, benché rimanga più aderente al reale e meno tendente al poetico. Grazie alla fluidità di uno stile registico immediato e pulsante, è facile avvertire l’impatto di Alcarràs come un insieme, una storia fiume che ci travolge. Ma non vanno sottovalutati i tanti momenti di straordinaria singolarità; molti coinvolgono i bambini della famiglia, autentici e adorabili, la vera arma segreta del film.

Altri riguardano le strazianti emozioni represse di Quimet, figlio dell’anziano pater familias Rogelio e attuale responsabile del business agricolo. È lui a intestardirsi su una politica identitaria (avvertito a più riprese che occuparsi dei pannelli solari vorrebbe dire lavorare meno e guadagnare di più, insiste di essere un coltivatore e non un tecnico) e a puntare tutto su un ultimo raccolto mentre le ruspe attendono minacciose. I piccoli attimi di gioia che gli sono concessi (una festa in piscina, la surreale gara di bevute, l’attenzione con cui dispone una teglia di lumache affumicate) non fanno che rendere più amari i suoi sfoghi, siano essi destinati a un solitario pannello solare o di fronte a una cassa di pesche rovesciata a terra.

Con ogni personaggio tuttavia si apre un mondo, e non sono da meno gli interessanti excursus nelle politiche di genere quando la macchina da presa si sofferma sulle donne costrette a fare da paciere invisibile, sugli adolescenti ormai troppo cresciuti per contentarsi degli austeri svaghi dei campi, o sugli anziani, che a loro modo fanno eco al medesimo dibattito tra progresso e tradizione (“la tua salsa di pomodoro è diversa, mamma non usava il frullatore” – “Perché non esisteva!”).

Tutti dettagli che contribuiscono all’afflato romanzesco del film, e aggiungono livelli di caratterizzazione a una storia che fotografa con accuratezza le particolari circostanze socio-economiche dell’industria agricola contemporanea. I conti non tornano, e il mondo sembra voler dire a famiglie come quella dei Solé che la loro esistenza non è sostenibile, anche prima di far entrare le ruspe sui loro terreni. Eppure, ci ricorda Carla Simón, un lavoro rimane più che un lavoro, e l’identità merita di essere tutelata.

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