The Life of Chuck

La storia di uno come noi. Raccontata con un mix sapiente di malinconia e leggerezza.
The Life of Chuck

Una serie di eventi sta sconvolgendo il mondo così come lo conoscevamo. Internet non funziona più (privando di Pornhub i suoi più affezionati frequentatori). La California si sta staccando dagli Stati Uniti, in seguito ad eventi tellurici. Le scuole non hanno studenti. Sui pochi mezzi di comunicazione ancora funzionanti compare il ringraziamento al contabile Chuck Krantz per i suoi 39 anni di contributo all’umanità. Da qui inizia il percorso à rebours che ce ne illustra la vita e la passione per il ballo.

Mike Flanagan torna ad affrontare un’opera di Stephen King che questa volta si sviluppa su percorsi distanti dall’horror.

Il regista di Doctor Sleep in questa occasione ha scelto un racconto che fa parte della raccolta “Se scorre il sangue” ma qui il liquido organico non ha alcun ruolo se non quello di alimentare la vita dell’uomo qualunque Chuck Krantz, un contabile divenuto tale grazie alla discendenza familiare e a un nonno per il quale la matematica era fonte di vitalità e di conoscenza.

Søren Kierkegaard ha detto: “La vita si può comprendere solo in retrospettiva ma deve essere vissuta in avanti”. King e Flanagan ci invitano a voltarci indietro partendo da un mondo sull’orlo del baratro essendo ormai troppo oltre sul piano tecnologico e su quello della distruzione dell’ecosistema da non poter più trovare una risposta efficace a quanto accade adattandosi a privarsi di ciò che c’era e ora non c’è più. È in questa situazione preapocalittica che fanno la loro comparsa i ringraziamenti per i 39 anni di attività del protagonista. Del quale ci viene dato di conoscere il carattere vedendolo esplicitarsi nella danza e poi, andando ancora più indietro, nella fase di coming of age.

The Life of Chuck
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