NON SPOSATE LE MIE FIGLIE 2

La tranquillità familiare dei Verneuil e dei Koffi viene messa ancora una volta a dura prova
NON SPOSATE LE MIE FIGLIE 2

Claude e Marie Verneuil hanno fatto pace col fatto che le loro quattro figlie si sono sposate con uomini di culture molto diverse dalla loro: un musulmano, un cinese, un ebreo e un ivoriano. L’importante è che non debbano più viaggiare nelle terre dei consuoceri e possano starsene in pace a casa loro, tra mucche, patè d’oca e taglieri di formaggi. Ma cosa succederebbe se le quattro giovani coppie, scontente del clima discriminatorio nazionale, decidessero di trasferirsi altrove? Claude e Marie, di fronte a tale minaccia, capiscono di dover correre immediatamente ai ripari.

Tornano i Verneuil e i Koffi, capitanati da Christian Clavier e Pascal N’Zonzi, e torna la formula narrativa fortunatissima del primo film: la commedia della divisione e della riunione finale, parecchi cliché, risate di pancia e tutta una serie di giochi di parole che il doppiaggio non sempre arriva a tradurre.

Al centro, il politicamente corretto, concetto nato ambiguo, arma a doppio taglio, acrobazia di relativismo, controverso “esonimo” della nostra contemporaneità. Ma, allora, a cosa appellarsi? A quale dio votarsi (Qu’est ce-qu’on a encore fait au bon Dieu? è il titolo originale), da quale faro farsi illuminare il cammino sociale? Il regista De Chauveron, attraverso il personaggio di Verneiul, risponde come De Gaulle, con l’amor di patria (“Patriottismo è amare il proprio paese, nazionalismo è detestare quello degli altri”).

Tra la mezza trentina di attori in scena, senza contare le discendenze, c’è, infatti, una protagonista assoluta, che è la Francia: sottoposta a processo dai suoi stessi cittadini, scandagliata da ogni punto di vista, minacciata di abbandono e tradimento, finirà per rivelarsi ancora una volta il migliore dei posti possibili, quello che li contiene tutti, nel nome della tolleranza e della polvere sotto il tappeto.

Si potrebbero appuntare molte cose, per esempio che non si esca da una certa classe sociale, tutta villone di campagne, uffici sovradimensionati e rassicuranti filiali bancarie di provincia (nella regione di Tour), ma bisogna saper guardare al lato positivo: Non sposate le mie figlie, specie in questo secondo volume, fa passare il suo messaggio d’integrazione in modo intelligente, ossia dandolo per assodato, anche se, come sappiamo, la realtà è più complicata di come la raccontano i film (per dirla con una battuta del film stesso).

Le difficoltà dell’accettazione del diverso e dello straniero da parte di Claude Verneuil non sono ormai differenti dalle difficoltà di ogni padre di famiglia di lasciar andare le figlie tra le braccia di un altro uomo, e le frecciatine sui paesi di origine, sui gusti alimentari e le idiosincrasie culturali non sono che pretesti per l’eterno battibecco tra suocero e genero. In fondo, non è un’affermazione da poco per un film che, se bisserà il successo del primo, parlerà a due decine di milioni di persone. Poi, certo, la commedia prima di tutto e allora ecco il profugo afghano sospettato fino all’ultimo di terrorismo da Verneuil, ma siamo nella farsa, esagerata, catartica, popolare.

Con l’introduzione del tema del matrimonio tra donne, Non sposate le mie figlie 2 si conferma infine un manuale di progressismo per il grande pubblico, ben intenzionato e simpaticone, allergico alle sfumature ma pronto all’autoconstatazione che i francesi sono strani, né più né meno di tutti gli altri.

NON SPOSATE LE MIE FIGLIE 2
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